Il Sud che riscopre le sue Origini

Il Sud che riscopre le sue Origini
"Ni son todos los que están, ni están todos los que son" Gli Ebrei del Sud Italia che riscoprono le loro tradizioni di Sefarditi

3 ago 2013

La "Judecca" di Nicastro a Lamezia Terme

IL TIMPONE di NICASTRO

LAMEZIA TERME - "Fa pensare alla vecchia sinagoga la chiesa di S. Agazio", eretta al centro del quartiere Timpone, indicato dagli storici come il ghetto ebraico di Nicastro e chiamato Judeca".

Lo  ha dichiarato Barbara Irit Aiello, primo rabbino donna in Italia

Uno dei due ruscelli del Timpone

L'acqua abbondante dei ruscelli garantiva alla comunità ebraica lo sviluppo d'attività tipiche come conciatori di pelli, tintori, cestai, barili, pettinai, lavoratori della cera, del miele, della seta e cultori del gelso

L'Antica Sinagoga

Il Segno del Maghen David nascosto

Il Mikve' accanto alla Sinagoga

La Judeca di Nicastro, oltre che essere circondata da due torrenti, osserva Vincenzo Villella, poteva sfruttare anche le sorgenti d'acqua presenti, garantendo approvvigionamento idrico e servizio per i rituali di purificazione. 

Il Borgo del Timpone

Vicolo dei conciatori di pelle

Purtroppo, dopo la prammatica d'espulsione dell'Inquisizione Spagnola nel 1510, la Judeca di Nicastro non solo fu abbandonata, ma fu cancellata anche dall'interesse degli storici locali per paura di ripercussioni. Inoltre nessuno tra gli appartenenti alle poche famiglie rimaste, convertite al cristianesimo, poteva nutrire interesse per stabilire legami con la Judeca, perché se fosse stato scoperto a "giudaizzare", osserva Villella, sarebbe stato denunciato, spoliato e condannato al rogo.

Serrastretta-Insediamento Ebraico dopo l'Inquisizione
dove le famiglie furono costrette a rifugiarsi
( nella foto Cerimonia di Bar Mizvah presso la Nuova Sinagoga Ner Tamid con Rabbi Aiello )


Il Timpone di Nicastro per la sua conformazione e collocazione a ridosso di una collinetta ha suscitato enorme stupore tra i gruppi di ebrei in visita alla Judeca, che, secondo la ricostruzione storica, riportata da Vincenzo Villella nel suo "La Judeca di Nicastro e la storia degli Ebrei in Calabria" (tradotto anche negli Usa: The Jews of Nicastro and the history of the Jews in Calabria) era sorta intorno alla piccola sinagoga tra i torrenti Barisco e Canne, dove oggi è situato il Timpone. 


Video del Timpone di Nicastro


La judeca di Nicastro

Dall'esame di alcuni documenti dell'archivio di stato di Napoli possiamo affermare con certezza che anche a Nicastro gli ebrei hanno rivestito un ruolo economico-sociale molto importante. Detestati e ricercati, vittime di persecuzioni, ma anche lusingati sia dall'università (così era chiamato il comune) che dai vescovi che si contendevano le cospicue tasse che essi dovevano pagare, gli ebrei hanno avuto una presenza determinante nella società nicastrese per alcuni secoli. Come risulta dai registri della Cancelleria Angioina, gli ebrei di Nicastro, insieme ad altre comunità pugliesi (Brindisi, Nardò, Melfi, Taranto), campane (Napoli, Sorrento, Amalfi, Salerno) e calabresi (Monteleone, Nicotera, Seminara, Reggio, Gerace, Cosenza, Acri, Bisignano, Castrovillari, Rossano) pagavano nel 1276 l'imposta per la distribuzione della nuova moneta della zecca di Brindisi, detta anche 'gabella judaica'.

Nella Taxatio generalis subventionis in justitiariatu Calabriae (1276) è registrata la colletta che le comunità giudaiche pagavano alla corte. Ne sono ricordate 14. La più importante, che pagava, quindi, di più, era quella di Crotone (tassata per 19 oncie, 12 tarì e 12 grana). Seguivano Reggio, Castrovillari, Bisignano, Monteleone, Cosenza, Nicotera, Nicastro (pagava solo 3 tarì e 12 grana) e altre minori. Anche nel 1278 gli ebrei di Nicastro compaiono nella Cedula di tassazione generale nel Giustizierato di Calabria per la metà dell'annuale sovvenzione dovuta pari a 4 tarì e 6 grana. La judeca di Nicastro, sorta intorno alla piccola sinagoga tra i torrenti Barisco e Canne, crebbe con gli anni nel rione Timpone. La scelta del sito rispondeva, oltre che a ragioni di sicurezza, anche e soprattutto a precise esigenze rituali in quanto gli ebrei consideravano le fonti d'acqua dolce come luoghi di epifania, collegate com'erano alla purificazione rituale per immersione. Per la cultura semitica le acque dolci sono considerate favorevoli all'uomo in contrapposizione alle acque salate e, quindi, al mare ritenuto un luogo abitato da presenze negative. La judeca di Nicastro, oltre che essere circondata dai due torrenti, poteva sfruttare anche alcune sorgenti d'acqua che garantivano l'approvvigionamento idrico.

Confluenza dei torrenti Niola e Canne

Certamente, proprio per l'abbondanza dell'acqua disponibile, fu possibile creare il miqwéh, ossia la vasca per il bagno di purificazione rituale (il cosiddetto bagno della judeca). Il bagno rituale era riservato esclusivamente alle donne. Esse erano tenute a purificarsi mensilmente, dopo ogni loro ricorrenza, nonché alla vigilia del matrimonio e dopo il parto. Anche gli uomini si sottoponevano al bagno purificatore in apposite vasche (ancora visibili). In estate e nelle altre stagioni, quando la temperatura mite lo consentiva, il bagno purificatore veniva fatto con l'immersione direttamente nell'acqua del torrente. Queste consuetudini rituali erano importanti anche dal punto di vista igienico tanto che possiamo dire che nella judeca i servizi igienici erano più sviluppati di quelli del resto della città. Ciò è dimostrato, fra l'altro, dal minore tasso di mortalità degli ebrei della judeca e dalla inesistenza o scarsa incidenza di epidemie come quelle di colera, invece ricorrenti in città.

La piccola sinagoga, con la facciata a sud-est verso Gerusalemme, fu costruita con gli stessi materiali poveri delle case e non era volutamente appariscente come luogo di culto, anzi si confondeva con le modeste costruzioni circostanti. In questo senso, comunità e sinagoga costituivano anche nella struttura edilizia il corpo unico di tutti gli ebrei del Timpone. Se all'esterno la sinagoga era semplice come le case che avevano la facciata rustica anche per non attirare l'invidia dei cristiani, all'interno invece essa doveva essere splendidamente ornata, con decorazioni e magnifici arredi sacri. Aveva due portoni d'ingresso: uno più grande per gli uomini e uno più piccolo per le donne. In un angolo c'era il piccolo forno che era adibito esclusivamente alla cottura dei pani azzimi che l'intera comunità consumava durante la Pasqua. Era situato all'interno della sinagoga proprio per avere la certezza che non vi fossero mai stati cotti cibi contenenti lievito. In un basso non lontano dal torrente c'era il macello adibito alla mattazione, secondo le prescrizioni rituali, del bestiame grosso destinato al consumo di tutti gli ebrei della judeca. C'è da dire che un apposito Breve di papa Pio II del 1459 (che poi venne confermato dai papi successivi fino al '700 inoltrato) stabiliva che era vietato agli ebrei vendere ai cristiani carne di bestie da essi macellate. Avveniva, infatti, che la carne dichiarata ritualmente impura dagli ebrei veniva venduta a prezzo ridotto ai cristiani, pur essendovi su questa carne una tassa speciale da pagare. In uno spazio adiacente alla sinagoga c'era il piccolo cimitero ebraico.

Per la sua caratteristica conformazione, la judeca di Nicastro era un quartiere naturalmente chiuso e appartato, circondato com'era dai due corsi d'acqua che costituivano una sorta di difesa naturale per cui non c'era bisogno di mura di cinta. L'entrata era unica dal basso verso l'alto attraverso una gradinata. Anche per le limitazioni che le venivano imposte dall'esterno, la comunità ebraica era come una vera e propria istituzione extraterritoriale nel paese, con i suoi usi, i suoi costumi, le sue leggi, i suoi privilegi. La judeca di Nicastro per la sua posizione geografica costituiva un punto di riferimento e di ospitalità per gli ebrei di passaggio che, specialmente in periodi di persecuzione, si spostavano da sud verso la Calabria settentrionale. Sotto gli aragonesi risulta tra quelle che erano sottoposte periodicamente ad un apprezzamento o catasto generale dei beni. L'operazione veniva eseguita sotto la sorveglianza di un commissario regio. Le dichiarazioni venivano controllate e poi trasmesse a Napoli. C'erano poi altri balzelli da pagare come il rimborso del salario di mille ducati per il bajulo generale, il sussidio agli eventuali inquisitori, il compenso quando gli ebrei della judeca erano esentati dal segno distintivo. C'erano inoltre le altre tasse a cui gli ebrei nicastresi dovevano concorrere al pari dei cristiani in occasione di ricorrenze a corte, come matrimoni, incoronazioni, nascite di figli, ed anche in caso di guerra. Erano i cosiddetti donativi o collette. Una tassa specifica e particolare da pagare era la morthafa che consentiva agli ebrei la libertà di culto. Essa era versata al vescovo che esercitava la sua giurisdizione sulla judeca per mezzo di alcuni canonici della cattedrale. Proprio sulla riscossione di questo tributo particolare scoppiarono spesso contrasti tra il vescovo e l'Università in quanto entrambi lo pretendevano.


Il ponte per la judeca

La popolazione nicastrese dimostrò sempre, se non proprio intolleranza nei confronti degli ebrei, una palese diffidenza. In quei tempi di estrema miseria gli ebrei erano guardati con invidia e avversione soprattutto a causa della loro ricchezza. Però essi erano indispensabili non solo per i ceti abbienti bisognosi di denaro, ma anche per il popolo che ricorreva a loro per piccoli prestiti a interesse o a pegni onde poter far fronte alle esose imposizioni fiscali. Quale lingua parlavano gli ebrei di Nicastro? Come comunicavano con la gente? In famiglia tra loro o quando non volevano farsi capire dai cristiani parlavano ovviamente in ebraico. Invece con gli altri, almeno dal 1200 in poi - come sostengono gli esperti in materia - si esprimevano in una sorta di linguaggio che aveva per base il dialetto locale al quale si intrecciavano termini del vocabolario ebraico. Una caratteristica degli ebrei era quella di dare al loro discorrere una particolare intonazione, pronunciando le parole in modo diverso (come oggi gli extracomunitari). Dall'esame di alcuni registri fiscali conservati presso l'Archivio di Stato di Napoli si ricava che anche nella judeca di Nicastro, come in altri centri calabresi, gli ebrei erano commercianti in tessuti (seta, lana, cotone) e gioielli. Alcuni, utilizzando le acque del torrente Canne, facevano i conciatori di pelli e i tintori di panni, altri commerciavano in frumento e bestiame e in altri generi commestibili. Altri mestieri erano la lavorazione del ferro e del rame nelle caratteristiche forge, l'oreficeria e l'argenteria. Un capitano tutelava l'ordine del quartiere. L'ingresso della judeca veniva aperto all'alba e chiuso al tramonto. Perciò i cristiani vi potevano entrare solo di giorno per fare acquisti o chiedere prestiti a interesse o in cambio di pegni.

Pur costituendo una comunità emarginata e non partecipando alla vita politica e amministrativa, gli ebrei nicastresi, superando le difficoltà linguistiche, si inserirono prepotentemente nel tessuto economico ed avevano per questo una costante presenza giornaliera nel mercato sottostante il quartiere giudaico e, soprattutto, un ruolo preponderante nelle fiere che si tenevano a Nicastro e nei paesi vicini. A partire dal 1476 essi ottennero che, se l'inaugurazione della fiera coincideva con il sabato o con altra festività ebraica, i mercanti ebrei che vi erano affluiti fossero esentati dal partecipare al solenne corteo di apertura con tutte le autorità pubbliche e il gonfalone cittadino in testa.

Accanto a quelli più facoltosi, che esercitavano soprattutto la mercatura, c'erano anche i piccoli artigiani, i merciaioli, i cosiddetti rivenduglioli. Tutti insieme con le loro varie attività costituirono il primo vero e proprio nucleo di industriosi imprenditori, contribuendo con la loro intraprendenza ed operosità alla trasformazione economica del territorio nicastrese. La loro presenza economica era esclusivamente urbana sia perché l'agricoltura costituiva l'occupazione meno rispondente alle attitudini degli ebrei sia perché per legge era loro vietato di diventare proprietari terrieri. Però non bisogna dimenticare che furono proprio loro ad introdurre la lavorazione della seta con tutto ciò che questa attività comportava in termini di lavoro, di commercio, di circolazione del denaro. Ricordiamo che Catanzaro nel 1400 era il principale mercato serico d'Italia e che questa attività era quasi completamente concentrata in mani ebraiche. Inoltre gli ebrei furono i primi ad introdurre la tintura dei drappi con l'indaco.

La judeca di Nicastro, come tutte le altre, dovette essere abbandonata dagli ebrei in seguito alla prammatica di espulsione del 1510. Non tutti però lasciarono il territorio. I più, infatti, cercarono rifugio nelle zone interne. Un gruppo trovò accoglienza e sistemazione a Zangarona, villaggio di albanesi, sorto nella metà del XV secolo insieme ad altri casali di origine albanese come Vena di Maida, Amato e Gizzeria. Zangarona è un esempio non solo di solidarietà, ma di pacifica convivenza di due etnie. In particolare non solo dalla judeca di Nicastro, ma anche da quella di Amantea, diverse famiglie ebraiche si rifugiarono all'interno al di là del Reventino, in teritorio di Martirano e nella valle del fiume Salso in territorio di Conflenti Soprani. Questa località, assai internata, offriva tutti i requisiti che consentivano loro di poter continuare a mantenere la propria identità e ad esercitare le loro attività: località appartata e ricchezza di acqua. L'acqua abbondante dei ruscelli di quel sito garantiva loro lo sviluppo di attività tipiche che sarebbero rimaste nella popolazione di Conflenti Soprani: conciatori di pelli, tintori, cestai, barilai, pettinai, lavoratori della cera e del miele. Furono essi, inoltre, a introdurre anche nei paesi del Reventino la coltura del gelso e la lavorazione della seta.


La judeca negli anni '20

Il vuoto lasciato dagli ebrei a Nicastro nel campo del prestito a interesse si cercò di colmarlo con l'istituzione del Monte di Pietà che, come si legge nello statuto, aveva lo scopo di "dare prestiti su pegni senza agio per i poveri". Esso però, - come denunciava il vescovo di Nicastro - essendo finito ben presto nelle mani di affaristi, deviò dalla finalità benefica prevista dal Concilio di Trento come "commodum pauperum previis pignoribus". Anziché dare i prestiti ai poveri bisognosi, gli amministratori li davano a se stessi e ai propri congiunti impegnando però - come denunciava il vescovo - oggetti di nessun valore quali "pezze e stracci di lana e tela i quali per essere stati impegnati per più di 15 anni sono consumati da tarme e sorci". Il vescovo cercò di correre ai ripari perché il Monte di Pietà non andasse del tutto in rovina. Pertanto deputò il vicario vescovile e il cappellano maggiore della cattedrale, un procuratore e un notaio per verificare i conti e far pagare quelli che avevano sottratto i soldi. Ma dovette amaramente constatare che, per recuperare i soldi rubati, ci sarebbero state molte difficoltà dal momento che, essendo gli amministratori del Monte dei laici, non si sarebbero fatti processare dal tribunale ecclesiastico. Il popolo, vivendo nella miseria, oppresso dal bisogno, era costretto a ricorrere all'usura specialmente in seguito a sciagure e calamità. In questo caso i Monti di Pietà dovevano soccorrere le popolazioni così come conclamavano gli statuti. Invece proprio le masse contadine restavano escluse dai prestiti che erano esclusivo appannaggio dei ceti abbienti. Proprio questi ricchi divennero gli usurai cristiani.

Ad essi, una volta sparita la terribile concorrenza ebraica, si doveva rivolgere la povera gente specialmente dopo le calamità che causavano lutti e distruggevano i raccolti. A quanto risulta dai documenti notarili, gli usurai cristiani richiedevano interessi di ben due carlini al mese per ogni ducato prestato e cioè il 200/% al mese e il 2400% l'anno. Inoltre, poiché la povera gente era costretta a garantire i prestiti anche sulla casa, sul bestiame o sul piccolo appezzamento di terra, in caso di insolvenza gli usurai cristiani pignoravano questi beni lasciando sul lastrico i poveri debitori insolventi. Nell'archivio di Stato di Lamezia Terme ci sono a centinaia gli atti notarili che documentano questi autentici delitti a danno della povera gente. E i nomi di questi usurai cristiani appartenevano a note famiglie con grandi patrimoni fondiari. Di fronte a questa situazione la popolazione nicastrese, come quella di altri centri del regno di Napoli, inviò una supplica al sovrano chiedendo di far ritornare gli ebrei esternandogli "il bisogno grandissimo che teneno de li ebrei per li pagamenti fiscali quali serriano impossible poternosi pagare senza de la stancia de quili". In effetti, Carlo V, per rispondere a tutte le richieste in tale senso, il 23 novembre 1520 emanò un editto con cui venivano richiamati nel regno gli ebrei a particolari condizioni. Alcuni ebrei fecero ritorno anche a Nicastro. Ma l'opposizione della Chiesa "contra obstinatissimam judaeorum perfidiam", affidata alle prediche di preti e frati, scatenò nuovamente l'odio contro quelli che avevano cercato di trarre profitto dall'editto. La cacciata definitiva degli ebrei dal regno di Napoli avvenne nel 1702 pochi anni prima che finisse la dominazione spagnola sostituita da quella degli Asburgo d'Austria (1734).

Quale fu il destino della judeca di Nicastro? Le poche famiglie ebraiche convertite al cristianesimo e integrate grazie a matrimoni misti restarono nelle loro abitazioni e col tempo persero completamente la loro identità ed appartenenza. Il resto del quartiere, che si snoda verso l'alto della timpa a partire dal ponte sul Canne proprio nelle vicinanze della confluenza col Niola (chiamato allora Ponticello o Piedichiuso), fu occupato in parte inizialmente da alcuni abitanti dei vicini quartieri dopo che le case abbandonate dagli ebrei fuggiaschi furono messe all'incanto. L'occupazione totale e massiccia del quartiere avvenne dopo la disastrosa alluvione del 6 gennaio 1563 del Canne e del Niola. Fu interamente sommerso il rione denominato Le capanne che sorgeva proprio a ridosso del Canne. Gli scampati occuparono le case del soprastante quartiere ebraico della judeca, oggi chiamato Timpone. Anche la piccola sinagoga, posta al centro del quartiere, fu adibita inizialmente ad abitazione da chi l'aveva acquistata. Essa fu trasformata in chiesa a metà del '700. Infatti, nel 1720 un certo D. Orazio Vicino, prima di morire, lasciò al vescovo quella casa di sua proprietà in cambio di un certo numero di messe in suffragio della sua anima. Alcuni anni dopo un suo figlio di nome D. Antonio Vicino, d'accordo col vescovo, su quella casa fece costruire la chiesa, dedicandola a S. Agazio, soldato romano martire, e ottenendo che essa fosse considerata de jure patronatus della sua famiglia.





22 lug 2013

Sinagoga Ner Tamid del Sud prima Sinagoga dei Bene' Anusim nel Sud Italia

Rabbi Barbara Irit Aiello
appena ristrutturata

La rinascita delle Comunita' Sefardite, nel Sud Italia, grazie a Rabbi Barbara Irit Aiello, includono due Sinagoghe una in Calabria, Ner Tamid del Sud ed un'altra in Sicilia a Palermo Ner Tamid Palermo, con la collaborazione di Enzo Uziel LiCalzi, con Rabbi Aiello come Rabbino Capo di entrambe le Comunita'. 

Ultimamente la Rabbi e' attiva in tutto il Sud, con celebrazioni di Bar Mizvah, Matrimoni e Funzioni.

Un importante Evento avra' luogo in Ottobre 2013 dal 1-6 in Calabria e dal 6-10 in Sicilia, per conoscere le tradizioni e le osservanze degli Ebrei del Sud Italia.






Netillat Yadaim


Entrata della Sinagoga


12 mag 2013

Shavuot 5773




Shavu'òt (in ebraico שבועות), ("sette settimane") è una delle tre feste bibliche di pellegrinaggio. Tra le maggiori festività ebraiche, è anche conosciuta come festa delle settimane. Gli ebrei di lingua greca diedero il nome di pentecoste (πεντηκόστη) poiché cade 50 giorni dopo Pesach. Escludendo il giorno stesso di Pesach, la festa cade 49 giorni più tardi. Questa festa pone termine al Conteggio dell'Omer. Shavu'òt ha numerosi aspetti che ne hanno determinato i vari nomi con cui viene identificato. Nel Tanakh è chiamata "Festa della mietitura" (חג הקציר, Hag ha-Katsir; Esodo 23, 16) e "Festa delle settimane" (חג שבעות, Hag Shavu'òt; Es 34, 22; Deuteronomio 16, 10) ed ancora "Festa delle primizie" ( יום הבכורים, Yom ha-Bikkurim; Numeri 28, 26 )

La Pentecoste degli Anusim vicino a Shavuot:

Pentecoste, dal greco antico ἡμὲρα (heméra) - πεντηκοστή (pentekostè) - cioè "cinquantesimo" (giorno), è una festa della tradizione ebraica e successivamente di quella cristiana. Nella religione cristiana, cade nel cinquantesimo giorno dopo Pasqua (da cui il nome), di domenica, ed è quindi una festa mobile, dipendente dalla data della Pasqua. Nell'ebraismo la Pentecoste è una delle tre festività, dette Shalosh regalim (tre pellegrinaggi), denotanti feste di pellegrinaggio - a Gerusalemme. L'origine della festa è ebraica e si riferisce allo Shavuot (letteralmente: settimane), celebrato sette settimane dopo La Pasqua ebraica, iniziando a contare dal secondo giorno di Pasqua, il 16 di Nisan. La festività ebraica era legata alle primizie del raccolto e alla rivelazione di Dio sul Monte Sinai, dove Dio ha donato al popolo ebraico la Torah. Le sette settimane corrispondono al periodo dell'Omer, un periodo di lutto in memoria di disgrazie accadute al popolo di Israele che termina con la festa di Lag Ba Omer, e Shavuot vuole essere una festa gioiosa per il dono della Torah. Ebrei e cristiani, pur considerando sacri gli stessi libri (rispettivamente Tanach e l'Antico Testamento), nel corso della storia si sono allontanati reciprocamente nella lettura che ne hanno fatto.

Nell'antico Israele la mietitura del grano durava sette settimane durante le quali si respirava un'atmosfera di gioia (Geremia 5, 24, Deuteronomio 16, 9, Isaia 9, 2).Si iniziava con la mietitura dell'orzo durante Pesach e si terminava con la mietitura del frumento a Shavu'òt. Shavu'òt era quindi la festa conclusiva della mietitura del grano così come le otto giornate di Sukkot rappresentavano il termine del raccolto della frutta. Secondo Esodo 34, 18-26, Shavu'òt è la seconda delle tre feste che venivano celebrate nel Tempio di Gerusalemme. Gli Israeliti dovevano recarvisi portando con sé i primi frutti del raccolto:« Porterai alla casa del Signore, tuo Dio, la primizia dei primi prodotti della tua terra. » Non era prescritta una quantità minima: « Poi celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò in cui il Signore tuo Dio ti avrà benedetto. » (Deuteronomio 16, 10-10)  Nel Levitico (23, 15-21) vengono definiti i sacrifici che dovevano essere offerti dalla comunità: essi prevedevano il sacrificio di numerosi animali. È previsto il divieto di lavorare durante la festività ed attenersi alle proibizioni di Shabbat con il permesso di accendere da un fuoco già acceso, come ad esempio per cucinare per i giorni di festa ma non per i giorni successivi a Yom tov, e di trasportare oggetti nel dominio pubblico o fino al dominio privato (cfr Eruv). Bisogna celebrare il Qiddush durante sera e giorno

Si usa mangiare cibi con latte. Nella Mishnah e nel Talmud la festa viene definita Atzeret. Questo termine viene solitamente tradotto in assemblea solenne che indica l'incontro dei pellegrini durante le feste di pellegrinaggio. Lo stesso nome viene utilizzato anche per Pesach (Deuteronomio 8,  e per Sukkot (Levitico 23, 36). Nella letteratura post-Talmudica viene riutilizzato il nome di Shavu'òt. Shavu'òt cade il giorno 6 del mese di Sivan e mai di martedì, giovedì o sabato. Gli ebrei della diaspora celebrano la festa per due giorni mentre in Israele solo per uno. Shavu'òt è il cinquantesimo giorno del Omer (conta delle offerte del grano). Quando il Tempio di Gerusalemme ancora esisteva, vi venivano offerti i primi frutti del raccolto e due pani fatti con la farina del nuovo raccolto (Levitico 23, 15-21). È uso piuttosto diffuso di decorare le case e le sinagoghe di erbe e rami a ricordo della verdeggiante montagna scelta da Dio per dare agli Israeliti la Torah. Queste decorazioni sono principalmente fatte di rami di palme sovrapposte una all'altra. È un'usanza molto sentita nelle grandi famiglie ebraiche soprattutto aschenazite e sefardite, assieme a cibi che ricordano le cose mangiate nel deserto.



L'aspetto agricolo 

Come l'offerta di un covone d'orzo segnava l'inizio della stagione del raccolto, così l'offerta di un pane prodotto con il grano nuovo ne segnava il termine. Questo non significa che Pentecoste, originariamente, fosse una semplice festa agricola; ma dimostra che la legge mosaica si rivolgeva ad una popolazione agricola, adattandosi perfettamente ai suoi particolari bisogni ed abitudini.

La celebrazione del dono della legge 

Dal termine dei tempi biblici, un significato completamente nuovo, mai apparso nelle Scritture, venne attribuito dagli ebrei a questa festa: Pentecoste commemorava il dono della Legge sul monte Sinai, come raccontato da sostituendo la festività che ricordava il cinquantesimo giorno dell'uscita dall'Egitto. I libri liturgici ebraici, dove la festività è descritta come "il giorno del dono della Legge" . Seguendo questa interpretazione, gli ebrei moderni passano la vigilia della festa leggendo la Legge o altre Scritture appropriate. Nella diaspora la festa dura due giorni, un'eredità questa dovuta alla difficoltà con cui gli ebrei della diaspora riuscivano ad accertare esattamente in che giorno il mese iniziava in Erez Israel. Durante il giorno di Pentecoste non era permesso il lavoro servile .

I sacrifici 

L'offerta sacrificale consisteva in due forme di pane lievitato fatto con due decimi di efa, oppure farina prodotta con il grano nuovo . Il pane lievitato non poteva essere posto sopra l'altare ed era solamente presentato (alla lettera "sollevato"); un pane veniva dato al Sommo sacerdote, l'altra veniva divisa tra i sacerdoti che ne mangiavano dentro ai recinti sacri. Venivano offerti anche due agnelli dell'anno come sacrificio di pace, e un capro per l'espiazione dei peccati, insieme all'olocausto di sette agnelli senza difetto, un vitello e due arieti . Il numero delle vittime offerte in olocausto durante la festa è diverso da quello citato in  Gli ebrei moderni considerano i due regolamenti come supplementari

L'aspetto sociale 

La festa era un'occasione per gioiose riunioni sociali , e possiamo dedurre dal Nuovo Testamento che, come per la Pasqua, un gran numero di ebrei provenienti da tutte le parti del mondo raggiungevano Gerusalemme per parteciparvi 



Una Festa Anusim


8 apr 2013

Yom HaShoa'


Yom HaShoa'

Nella Foto Stefania Segre' Niccoli

Diaspora -Shoah  e  FOIBE
“MEMORIAAL 9 aprile 2013  
al Liceo Sannazaro-Napoli
ore 11.00
Introduzione:


M. Carla D'Allocco-Dirigente scolastica del Liceo  Sannazaro

S.Niccoli- Presid.dell’Assoc. Ex alunni del liceo Sannazaro

interventi

Prof.ssa Yael Amato-Membro della Comunita’ Ebraica di Napoli

Prof. Mario Di Giovanni-Docente Università Suor Orsola Benincasa

(ex docente  trentennale del liceo Sannazaro)

Prof. Luciano Tagliacozzo-Consigliere della Comunita’ Ebraica di Napoli

(Ex  alunno del liceo Sannazaro)

Dott. Pierluigi Campagnano-Presidente della Comunita’ Ebraica di Napoli

(Ex alunno del Sannazaro)

dott. Davide Tagliacozzo-Segretario della Comunita’ Ebraica di Napoli

(Ex  alunno del liceo Sannazaro)

Durante la Conferenza verra’ letta la testimonianza di Stefania Niccoli Segrè su Maria Segrè membro della Comunità Ebraica di Napoli al tempo delle persecuzioni razziali                                                                      
-  seguiranno  interventi Musicali a cura del Sepharad Trio
con la collaborazione dei Maestri Roberta Paturzo e Gennaro  Vanacore

brani musicali: Inno ebraico ATIKVAH -colonna sonora di SCHINDLER’S  LIST ; ’-BARABA'- IL VIOLINO DI AUSHWITZ ; Adyo Querida, El Rey Nimrod
shoahal9aprlemu

14 mar 2013

Pessach 5773

Riflessioni sul significato di “essere liberi”
Perché il termine “Pesach” viene tradotto con “Pasqua”
Come ci si prepara ad accogliere la festa
L'insieme dei testi riportati qui sotto sono integralmente tratti dal libro
"Le pietre del tempo, il popolo ebraico e le sue feste" di Clara ed Elia Kopciowski
(edizione Ancora 2001).
Alle origini della festa
Circa 3200 anni orsono Giacobbe, insieme ai suoi figli e alle loro famiglie, si trasferì in Egitto per 

raggiungere il figlio Giuseppe che ne era divenuto viceré. I discendenti di Giacobbe divennero 

assai numerosi, ma non dimenticarono il monoteismo insegnato loro da Abramo. Ciò creò quella 
che forse potemmo definire la prima manifestazione di Xenofobia, diffidenza ed odio verso i diversi, 
della storia. Xenofobia che sfociò una vera e propria persecuzione. Un Faraone, probabilmente di 
altra dinastia rispetto a quella del Faraone che aveva elevato Giuseppe alla carica di viceré, dapprima 
ordinò che i figli di Israele fossero ridotti in schiavitù usufruendo gratuitamente della loro opera. In un 
secondo tempo dato che essi, nonostante il duro lavoro, continuavano ad aumentare di numero, diede 
ordine che tutti i loro figli maschi furono uccisi al momento della nascita. Jocheveth, una donna ebrea 
della tribù di Levi, non volle sottostare passivamente all’ordine: prese il bambino e lo mise in un  cesto 
che affidò alla corrente del Nilo nella speranza che un qualche evento miracoloso lo salvasse dalla 
morte. La figlia di Faraone vide il fanciullo e, nonostante si fosse probabilmente resa conto che 
doveva trattarsi di un bambino ebreo, fu presa da grande pietà, lo accolse e lo fece crescere a 
corte come un figlio. Quel bambino era Mosè: il nome Mosè significa, infatti, “salvato dalle acque”. 
Divenuto adulto Mosè andava spesso a fare visita e a recar conforto ai suoi fratelli schiavi. Una 
volta s’imbatté in un egiziano che, sicuro della propria impunità, maltrattava un povero vecchio: 
ne risultò una colluttazione durante la quale l’egiziano rimase ucciso. E’ assai probabile che, 
se lo avesse richiesto, Mosè avrebbe ottenuto il perdono del Faraone che, pare, gli fosse molto 
affezionato. Ma forse in lui stava maturando quello spirito profetico che avrebbe informato tutta 
la sua vita: le ingiustizie, la corruzione, l’immoralità che regnavano in Egitto, soprattutto a corte, lo 
avevano certo profondamente colpito e ora aveva bisogno di un periodo di riflessione, lontano 
dal palazzo reale, perché la coscienza gli imponeva di rendersi conto di quale fosse effettivamente il 
proprio compito e il proprio ruolo nella vita. Attraverso il deserto e si fermò a Midian dove prese le 
difese di sette pastorelle, figlie di Jetro sacerdote di Midian, dalla prepotenza di alcuni pastori. 
Dallo stesso Jetro fu invitato a fermarsi a lavorare presso di lui. Mosè divenne così pastore, 
e sposò una delle figlie del sacerdote midianita, Zippora. Le due esperienze, quella di personalità 
di spicco alla corte di Faraone e quella di pastore a contatto con gente umile dedita al lavoro, 
furono fondamentali nella formazione del suo carattere preparandolo al suo futuro ruolo di capo, ma 
anche di padre e protettore del suo popolo. Fu proprio durante il periodo in cui Mosè era pastore 
presso il suocero che “Dio udì i loro gemiti e vide i figlioli di Israele ed ebbe compassione della 
loro condizione” (es. 2, 24-25). Apparve perciò a Mosè in un roveto ardente che pur bruciando 
non si consumava, e gli ordinò di tornare in Egitto per “fare uscire” i figli di Israele dal giogo degli 
egiziani promettendogli che gli sarebbe sempre stato vicino, e che avrebbe inviato al suo fianco il fratello Aharon perché lo aiutasse.Il Faraone non prese in nessuna considerazione la richiesta di Mosè di lasciare andare il popolo di Israele, nonostante questi avesse messo in guardia della potenza del 
“Dio di Israele”. Si riversarono allora sull’Egitto dieci piaghe con effetti devastanti su tutto il paese: le acque del Nilo e di tutte le sorgenti dell’Egitto si trasformarono in sangue; seguì una invasione di rane, poi quella di una quantità di insetti dannosi.Sopravvenne quindi una invasione di ogni genere di bestie feroci  che fece strage di uomini e di bestiame. Invano lo stesso popolo egiziano chiese a Faraone di lasciar libero il popolo ebraico per ottenere cessazione dei flagelli: in un primo momento il Faraone 
premetteva di obbedire alla volontà divina ma, non appena la piaga cessava, si rifiutava di 
mantenere la promessa. La gravità delle piaghe si fece sempre più intensa: gli egiziani furono colpiti 
dalla pestilenza, ricoperti di bubboni, investiti da terribili tempeste, invasi da una miriade di locuste 
e infine da una profonda oscurità che coprì per giorni e giorni l’Egitto senza mai lasciar spazio a uno 
spiraglio di luce. L’ultima piaga fu terribile: l’angelo della morte, in una livida notte di terrore, si aggirò
fra le case degli egiziani colpendone a morte tutti i primogeniti, anche quello di Faraone. Il Faraone fu così costretto, infine, a dare agli ebrei il permesso di lasciare l’Egitto. I figli di 
Israele, dopo aver consumato il sacrificio pasquale – un agnello col sangue del quale avevano 
segnato gli stipiti delle loro abitazioni per segnalarle all’angelo della morte che infatti “passò oltre” 
risparmiando i loro primogeniti – si affrettarono ad abbandonare l’Egitto così come era stato loro 
ordinato: “E mangiatelo in questa maniera: coi  vostri fianchi cinti, coi vostri calzari ai piedi e col 
bastone in mano.  Mangiatelo in fretta: è la Pasqua dell’Eterno” (Es 12,11). Prima della loro partenza,
gli egiziani offrirono agli ebrei doni in oro e argento, forse come risarcimento per il lavoro gratuito 
svolto per tanti anni. Gli Ebrei accettarono i doni e, come vedremo in seguito, fecero male. L’Eterno 
ordinò che zevach  pesach, il “sacrificio pasquale”, fosse consumato la prima sera di Pesach 
da tutte le generazioni future, perché mai gli avvenimenti di allora,  così densi di significato 
e di insegnamenti, venissero dimenticati. Ma gli ebrei dovevano aver costituito, durante la lunga 
permanenza nel paese, una colonna portante sia  per il contributo di lavoro, sia per quello delle idee, 
visto che ancora una volta il Faraone si pentì della sua decisione: “Che cosa abbiamo fatto a lasciar 
libero il popolo di Israele che ora non ci servirà più?” (Es 14,5). Alla testa del suo esercito li 
inseguì per riportarli indietro provocando al proprio popolo quella che potremmo definire 
l’undicesima piaga, quella che probabilmente è rimasta più famosa: l’apertura del Mar Rosso 
attraverso la quale gli ebrei raggiunsero salvi la riva opposta, mentre gli egiziani, che avevano 
tentato di attraversarla dopo di loro, furono inghiottiti dalle acque che si richiudevano e affogarono.


Orari officiature per Pesach 5773

Alle origini della festa
La durata della festa

DOMENICA 24 MARZO
Bedichat Chamez a sera

PESACH 26 MARZO – 2 APRILE

VIGILIA LUNEDI’ 25 MARZO
DIGIUNO DEI PRIMOGENITI

Inizio 05.39 - termine 19.07
Shachrit con sjium Massachtà ore 7.00
(coloro che assistono possono interrompere il digiuno)

Bijur Chamez entro e non oltre le ore 10.00 (divieto di cibarsi di pane e cibi lievitati)
Acc. dei lumi ore 18.14
Minchà e Arvit ore 18.15
I GIORNO MARTEDI’ 26 MARZO
Shachrit e Musaf (morid ha tal) ore 09.00
Minchà e Arvit ore 18.15
II GIORNO MERCOLEDI’ 27 MARZO
Shachrit e Musaf ore 09.00
Minchà e Arvit ore 18.15
Uscita festa ore 19.18
VIGILIA (7° giorno) DOMENICA 31 MARZO
Acc. dei lumi ore 19.22
Minchà e Arvit ore 19.15
VII GIORNO LUNEDI’ 1 APRILE
Shachrit e Musaf ore 09.00
Minchà e Arvit ore 19.20
VIII GIORNO MARTEDI’ 2 APRILE

Shachrit e Musaf (Benedizione dei bambini) ore 09.00
Minchà e Arvit ore 19.20
Uscita della festa ore 20.26
Il Chamez si potrà mangiare a partire dalle 20.45 di martedì sera 2 aprile.